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di Paolo Beltramin
«In vacanza in Giappone ho preso un libro con numeri e griglie, l'unico
che capivo. Ho cominciato a giocare e non ho smesso più. Mi sono detto: se
piace a me, può conquistare anche altri»
Come ve lo immaginate Wayne Gould, il guru mondiale del Sudoku, il «padre»
di quelle terribili griglie di numeri in grado di mettere in crisi anche i
più presuntuosi cervelloni? Uno scienziato pazzo, oppure un matematico
solitario che passa la vita chiuso in casa a sfidare equazioni
impossibili? Niente di tutto questo. L’inventore del rompicapo più
popolare del pianeta è un giudice neozelandese che, raggiunta la pensione
dopo una lunga e onorata carriera al tribunale di Hong Kong, si è potuto
dedicare a tempo pieno alle sue passioni: libri, viaggi, computer ed
enigmistica. Il Sudoku di Wayne Gould ha contagiato 24 Paesi, dalla Spagna
alla Finlandia, dagli Stati Uniti al Sud Africa. Il primo a pubblicarlo è
stato il Times di Londra, lo scorso novembre. In Italia è arrivato il 25
giugno, in esclusiva con il Corriere della Sera, ed è diventato subito un
appuntamento seguitissimo dai lettori. In quotidiani, riviste e siti
Internet le imitazioni si moltiplicano ogni giorno. «Ma delle imitazioni
conviene sempre diffidare». Se a dirlo è lo stesso Gould, vale la pena di
credergli.
Perché il suo Sudoku è diverso dagli altri?
«Per una ragione molto semplice: le mie griglie hanno sempre una e una
sola soluzione, le altre spesso possono essere risolte in modi diversi.
Sembra un particolare di poco conto, ma è decisivo. Ogni gioco
enigmistico, dai cruciverba ai romanzi di Agatha Christie, è una sfida al
giocatore. Magari quasi impossibile, ma mai veramente impossibile. E la
risposta giusta deve essere unica. Ve lo immaginate Hercule Poirot che
dice: chi pensava che l’assassino fosse il maggiordomo ha ragione, ma
anche chi sospettava il vicino di casa ci ha azzeccato?».
Come è nato il Sudoku?
«Le sue origini sono “avvolte nel mistero”, e in fondo è divertente
che sia così. C’è chi lo fa risalire al matematico svizzero Eulero, chi ad
antichi saggi orientali. Io l’ho scoperto nel 1997. Ero in vacanza a
Tokyo. Visto che sono un appassionato bibliofilo, un giorno sono entrato
in una libreria. Ma non sapendo una parola di giapponese, ho comprato
l’unico libro che aveva stampati solo dei numeri».
Ed è stato subito contagiato?
«A dire il vero quel libro l’ho aperto solo tre mesi dopo. Ma quando
ho cominciato a giocare non ho più smesso. E a un certo punto mi sono
detto: se piace a me, che non ho mai avuto a che fare con i numeri in vita
mia, forse divertirà anche altri. Allora ho acceso il computer e ho
provato a costruire un software in grado di creare nuove griglie».
Quanto tempo ha impiegato?
«Più o meno sei anni».
A inventare Google ci hanno messo molto di meno.
«Ma io sono solo un programmatore dilettante, e mica mi sono impegnato
a tempo pieno. Nel frattempo ho continuato a girare il mondo, a leggere, a
stare con mia moglie e i miei figli».
E alla fine cosa ha fatto?
«Ho preso un aereo per Londra, ho bussato alle porte del Times e ho
detto: mi chiamo Wayne Gould, e forse ho qualcosa che vi può interessare».
Cosa le hanno risposto?
«Ero nell’atrio d’ingresso del giornale. Dopo un po’ è arrivato un
dirigente e mi ha detto: “Hai 60 secondi di tempo per spiegarmi di cosa si
tratta”. Ho aperto il portatile e in un attimo gli ho mostrato tutto. Poi
sono tornato in albergo, e nel giro di un’ora mi è arrivata la risposta
via mail: “Si comincia tra due settimane”».
Troppo semplice per sembrare vero.
«Ha ragione, ma in fondo il segreto del Sudoku è proprio questo. Per
spiegare come si gioca basta un attimo, ma trovare la soluzione può essere
molto, molto difficile. Davanti al Sudoku non servono giri di parole, non
si bara e non si bluffa. Contano soltanto la logica e l’intuito. E’ questo
che piace alla gente».
Si calcola che almeno 100 milioni di persone nel mondo abbiano fatto
almeno una partita a Sudoku. E per molti è diventato un rito quotidiano.
Non teme che la sudokumania possa durare il tempo di un’estate?
«Era successa la stessa cosa quando furono inventate le parole
crociate, all’inizio del Novecento. Per un po’ la gente non andava nemmeno
più al cinema pur di giocare, poi la situazione si è “normalizzata”. Ma
anche oggi, cent’anni dopo, che estate sarebbe senza i cruciverba? Secondo
me il Sudoku avrà lo stesso, fortunato destino. In fondo se lo merita, è
un gioco intelligente».
C’è una domanda che tutti i «sudokudipendenti» vorrebbero farle: ma lei
riesce sempre a trovare la soluzione?
«Beh, proprio sempre no. Diciamo che nella maggioranza dei casi ce la
faccio. Comunque non sono un campione, per risolvere una griglia diabolica
mi servono almeno venti minuti. Mia moglie è molto più veloce di me».
09 Settembre 2005 |