UN' ARCIGNA DIAMANDA NERA CHIUDE IL KLEZMER



Il concerto Songs of exile della conturbante perfomer Diamanda Galas ha concluso la decima edizione del Klezmer Musica Festival
 

di Monica Bernacchia

 


ANCONA - Sulla scena finale della decima edizione del Klezmer Musica Festival – Teatro delle Muse domenica 24 settembre ore 21,30 – sale lei, Diamanda Galas, Diamante Nero, si siede al pianoforte, avvicina la bocca al microfono ed ecco la sua voce: potente, controversa, drammatica. Voce scura, dalla ciglia lunghe e dal taglio deciso.

L’aspettativa è alta. Ma la decantata capacità di arrivare ad una gamma di quattro ottave si avverte subito. Nell’aria c’è qualcosa di diverso, respingente e avvolgente insieme, riconoscibile a stento, un sentore un po’ mediterraneo e mediorientale, un po’ gotico e medievale, un po’ contemporaneo e maledetto. Nulla di caldo e rassicurante, anzi feroce e terribile, perché ciò che si celebra non è l’armonia della classicità ma la geografia della dissonanza. Quelli che la Galas ha portato ad Ancona, dopo i palcoscenici italiani di Milano e Torino, sono infatti i Songs of Exile ovvero i Canti dell’esilio percorsi di anime ferite. Da Epistola a los Transeuntes del peruviano Cesar Vallejo a Todesfugue del rumeno Paul Celan, sono canti costruiti sulle poesie di autori di varia nazionalità, come il francese Gerard De Nerval e il salvadoregno Miguel Huezo Mixco, su testi di anonimi o sono composizioni musciali della stessa Galas, degli americani John Lee Hooker e Bosie Stuyvesant, del greco Papioannou e dell’armeno Udi Hrant. Molti brani derivano dal progetto Defixiones, Will and Testament dedicato alle vittime dimenticate dei genocidi di Armenia e Anatolia.

Un concerto stile Diamanda: musica contemporanea al servizio dell’umanità emarginata, delle violenze e delle umiliazioni. Le Songs of exile sono note e voci di protesta e denuncia. Spasmi, urla, modulazioni demoniache, vibrazioni dissonanti, altissime e sotterranee, viscerali e celestiali; dolore straziante tradotto in altalena di toni, in vocalità sconnessa e irritante, disperazione e redenzione non solo ebraica, ma universale.
Per la chiusura del Klezmer Musica Festival il palcoscenico delle Muse si è trasformato così nel teatro di una vera rappresentazione tragica: pianoforte al centro, luci giocate con sapienza - rosso, nero, oro - atmosfera rigorosa e netta. Non solo la voce, strumento primario, ma anche il pianoforte viene usato e strapazzato in modo insolito, a volte sbattendo letteralmente le mani non sui tasti, ma sul legno di struttura.

E’ questa la "Serpenta" enfatica ed eccessiva, nata a San Diego nel 1955 da immigrati greci, di formazione classica (opera e pianoforte) e scoperta dal Living Theatre che la invitò ad esibirsi nei manicomi. Da allora autrice di oltre venti album, collaboratrice di jazzisti e rocker, lungo il suo percorso di rivisitazione elettronica e sconnessa di gospel e spiritual americani, di discese agli inferi della psiche e denuncia sociale.

E’ il pubblico? Sbalordito, chi più dubbioso chi più entusiasta. Difficile d’altronde entrare in questo nuova logica del canto in quei fonemi spesso indecifrabili, tirati, acuti altissimi, scarica di sillabe, lamenti strozzati. Meglio allora chiudere gli occhi e lasciarsi avvolgere dalla sonorità di questa avanguardista che ha stravolto il canto con la sua espressività da ossessa.

Il contenuto? Incomprensibile. Allora è questione di atmosfera e suggestione. La prima parte del concerto è più intesa ed ermetica, la seconda più agile e facile con l’italiana Supplica a mia madre di Pasolini in cui si percepisce più chiara l’operazione di spettacolarizzazione del testo poetico.

Alla fine si applaude una capacità vocale unica, una performer imprevedibile, una suggestione di sconosciuto, una liturgia teatrale
 

27 Settembre 2005
gomarche.it

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