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di Maurizio Stefanini
L’era dell’auto privata a idrogeno è iniziata ufficialmente il primo
luglio 2005, con l’annuncio della cessione in leasing di una Honda FCX ai
coniugi Jon e Sandy Spallino di Ridondo Beach, California. Ma il piano per
costruire la prima economia "no oil" del mondo era già partito nel 1999 in
Islanda. Icelandic New Energy si chiama la joint-venture per portarlo
avanti che è stata costituita tra VistOrka, una società di Stato col 51
per cento delle azioni, e le “straniere” Daimler-Chrysler, Shell Hydrogen
e Norsk Hydro. Una presenza, quella della multinazionale
tedesco-americana, del colosso anglo-olandese e della società energetica
norvegese, che è stata voluta per disporre di know-how e capitali
altrimenti non disponibili. Tanto per dirne una, di suo la piccola isola
non ha neanche uno stabilimento automobilistico. Altri problemi sono la
lontananza da altre terre abitate e il clima subartico, che in passato
hanno reso quello dell’approvvigionamento energetico un problema
particolarmente acuto.
Ma dopo il 1944, anno dell’indipendenza dalla Danimarca, l’Islanda ha
iniziato a valorizzare le proprie immense risorse di energie alternative,
al punto che già oggi metà del fabbisogno nazionale è assicurato dalla
geotermia, che in particolare provvede al 90 per cento del riscaldamento
delle abitazioni. E non si sfrutta che il 2 per cento delle potenzialità
dell’Isola! Un altro 25 per cento del fabbisogno è assicurato dall’energia
idroelettrica, e anche qui è sfruttato solo il 22 per cento del
potenziale. In particolare, l’ampia disponibilità di energia idroelettrica
ha consentito lo sviluppo di un’importante industria dell’alluminio, che
ha da poco firmato contratti per triplicare la propria produzione. Ma non
è tutto oro quello che luccica. La geotermia, infatti, è scarsamente
applicabile ai trasporti, che nelle peculiari condizioni geografiche
islandesi sono fondamentali. E a parte la proporzione altissima di ben 730
auto ogni 1000 abitanti, pompa idrocarburi in quantità anche la
fondamentale industria della pesca: nel 2002 c’erano 90 pescherecci, su
una flotta totale di 1700 navi, e la loro quota di pescato era di 2
milioni di tonnellate all’anno, pari al 2 per cento della pesca mondiale.
Secondo la Fao, nel 1999 l’Islanda si classificava al tredicesimo posto
nella classifica mondiale della pesca. E come si ricorderà sulla questione
del merluzzo negli anni Settanta l’Isola arrivò addirittura a una quasi
guerra con il Regno Unito, con tanto di rottura delle relazioni
diplomatiche. Ma le emissioni di navi e auto inquinano, così come inquina
l’industria dell’alluminio: oltre il 40 per cento delle emissioni, contro
l’8 per cento del Pil e l’1 per cento dell’occupazione. Per tutto ciò, i
285mila islandesi hanno una produzione pro capite di contaminazione che è
il doppio della media europea. Inoltre auto e navi costringono a importare
petrolio in quantità a prezzi che la distanza rende proibitivi, tant’è che
il paese ci rimette una decina di miliardi di euro all’anno, con un
impatto pesante su un debito estero che è oltre l’80 per cento del Pil.
Insomma, non si può più aspettare. La prima tappa del piano “no oil” è già
dunque in corso e si chiama Ectos: Ecological City Transport System. Il
suo culmine, ampiamente pubblicizzato, c’è stato il 24 aprile 2002, con
l’inaugurazione di quello è stato presentato come il primo distributore
d’idrogeno d’Europa sulla Vesturlandsvegur, un’ampia strada verso il Nord
a 5 Km dal centro di Reykjavik.
E l’obiettivo è il funzionamento a idrogeno di tutti i trasporti pubblici.
Per la verità, non è mancato qualcuno che ha parlato di “bufala”,
osservando che in effetti dopo l’inaugurazione di aprile il servizio non
fosse partito che a settembre, e anche che il distributore non era poi
tale, visto che non vendeva idrogeno, ma lo forniva a bus pubblici,
secondo un sistema adottato da altre 8 capitali europee. Dopo questa
tappa, però, il progetto “no oil” ne prevede una seconda, per cui entro il
2007 si dovrà creare un mercato di auto a idrogeno, in vista della
conversione dell’intero parco auto. Si può dunque pensare che il
contestato distributore sia stato messo accanto a una pompa di benzina non
tanto per gettare negli occhi fumo propagandistico, quanto in vista di
questi imminenti sviluppi. La terza tappa, in agenda entro il 2015,
prevede una sostituzione analoga anche per i motori delle navi, che
attualmente contribuiscono per il 30 per cento dell’import petrolifero e
anche per un terzo delle emissioni di gas inquinanti. Infine, entro il
2030, la quarta tappa: vendere idrogeno al resto d’Europa. E alla Iceland
New Energy già si baloccano con lo slogan del “Kuwait del Nord”. |