FITNESS PER IL CERVELLO

 


Una mente acuta si mantiene in forma proprio come un corpo da body building. È la tesi dello scienziato Elkhonon Goldberg. Che ci spiega come si fa una palestra per neuroni e sinapsi


di Paola Emilia Cicerone


Lui la chiama "cognitive fitness", una forma fisica del cervello che permette una mente acuta, che dà corpo all'intelligenza, alla saggezza, alla capacità di risolvere i problemi con successo. Lui è Elkhonon Goldberg, uno dei maggiori neurologi al mondo, direttore dell'Istituto di Neuropsicologia alla New York University School of Medicine. E la storia della 'cognitive fitness' è a dir poco controcorrente, e diventa scandalosa per la neurologia ufficiale se si aggiunge (come Goldberg fa) che, come ogni forma fisica, si può conseguire con un programma adeguato. Perché è una realtà biologica, che si costruisce. Da cercare nelle connessioni neuronali del nostro cervello, che si possono modellare fino a essere mantenute efficienti anche a tarda età. Goldberg sarà ospite d'onore al Festival della mente di Sarzana in occasione dell'uscita italiana del suo libro, per i tipi di Ponte Alle Grazie, dal titolo: 'Il paradosso della saggezza'. Lo abbiamo intervistato.

Professor Goldberg, cos'è la forma fisica cognitiva?

"Cominciamo col capire cos'è il cervello. Un organo molto più dinamico di quanto si pensasse: il vecchio schema che attribuiva, ad esempio, all'emisfero sinistro le funzioni linguistiche e al destro quelle spaziali è ancora valido ma non è completo. Oggi sappiamo che la nostra corteccia cerebrale gestisce in modo diverso le novità e le informazioni già acquisite e i compiti di routine: in particolare, l'emisfero destro si attiva quando siamo di fronte a un'informazione nuova; mentre il sinistro è il deposito delle conoscenze acquisite, dei modelli che sviluppiamo nel corso della nostra vita e che ci permettono di affrontare situazioni nuove come se ci fossero familiari. Lo confermano le immagini cerebrali che ci rivelano le nuove tecniche, e che mostrano come uno stesso compito attivi aree cerebrali diverse a seconda dell'esperienza di chi lo svolge".

Un punto di vista rivoluzionario...

"La neurologia si è evoluta dalla frenologia, dalle teorie ottocentesche che attribuivano a ogni singola area funzioni specifiche. Quando nel 1995 ho pubblicato un articolo intitolato 'Ascesa e caduta del cervello modulare' ero ancora in netta minoranza, oggi molti ricercatori cominciano ad accettare che il nostro cervello sia una struttura con grandi capacità di autorganizzazione. Siamo passati, per così dire, dal politeismo con diverse aree cerebrali responsabili di funzioni diverse, a una concezione monoteista. Che richiede un livello di pensiero astratto più sofisticato".

Torniamo alla cognitive fitness.

"Sì, ma pensiamo un attimo all'invecchiamento cerebrale. Anche l'invecchiamento non è un processo modulare. Pensavamo che la neuroplasticità fosse una caratteristica dei cervelli più giovani, oggi ci stiamo rendendo conto che il cervello è in grado di produrre neuroni durante tutta la sua esistenza, e che questo processo può essere rinforzato con gli opportuni stimoli".

Insomma, possiamo rallentare l'invecchiamento?

"In parte sì, ma non si tratta solo di questo. Stiamo cominciando a capire che l'invecchiamento non è un processo lineare, una strada a senso unico. Un tempo studiare la vecchiaia voleva dire soprattutto valutare il decadimento delle funzioni cognitive, ora cominciamo a vederne gli aspetti positivi. Invecchiando si acquistano maggiori capacità di risolvere problemi complessi, basandosi sul riconoscimento dei modelli cognitivi sviluppati nel corso della vita. E questa capacità di sfruttare le esperienze acquisite è ciò che chiamiamo saggezza. Che, non a caso, tradizionalmente è associata all'età matura, all'esperienza".

Come Miss Marple, l'investigatrice creata da Agatha Christie secondo cui tutte le persone sono uguali e quindi possiamo prevedere le azioni di uno sconosciuto, basandoci su ciò che abbiamo visto fare alle persone che ci sono familiari ...

"È un buon esempio: le esperienze fatte con gli abitanti del piccolo villaggio in cui viveva Miss Marple erano i modelli che l'aiutavano a risolvere i delitti. Chi ha una vita più ricca di esperienze e di sfide è in grado di sviluppare modelli più complessi, e quindi di affrontare un maggior numero di situazioni nuove come se fossero familiari. Si spiega così come anziani molto competenti in uno specifico settore riescano a gestire situazioni impegnative anche quando mostrano già deficit di memoria e di attenzione: penso a statisti come Winston Churchill, che ha continuato a governare dopo essere stato colpito da diversi ictus, ad artisti come Edoardo Chillida o Willem De Kooning, che hanno realizzato opere importanti quando erano già malati di Alzheimer".

Vuol dire che cervelli danneggiati possono compiere performance eccezionali?

"Esattamente: i danni al cervello non compromettono necessariamente le funzioni cognitive. Il presidente Ronald Reagan, per il quale ho una grande ammirazione, ha svolto una parte significativa del suo secondo mandato mentre stava scivolando verso la demenza, che poi gli sarebbe stata ufficialmente diagnosticata nel 1994. Detto in altri termini, il nostro software è in grado di funzionare anche se l'hardware ha problemi seri. Di più, il nostro cervello è abbastanza flessibile per rispondere a nuove esigenze generate dal nostro stile di vita. Il celebre studio di David Snowdon sulle suore del convento di Notre Dame a Mankato, nel Minnesota, conferma che persone il cui cervello - in sede di autopsia - mostrava alcuni danni tipici del morbo di Alzheimer, hanno mantenuto le loro funzioni cognitive fino alla fine della vita".

Come si spiega?

"Le diverse aree del cervello non invecchiano tutte alla stessa velocità, e lo sviluppo di modelli può contribuire a frenarne l'erosione. Ma bisogna anche considerare che, se una persona ha una vita mentale attiva, sviluppa un maggior numero di neuroni e di connessioni neuronali, che gli consentono di limitare eventuali danni. Uno studio famoso mostra che i tassisti londinesi, costretti a memorizzare centinaia di strade, hanno una memoria spaziale particolarmente sviluppata. E ogni esperienza nuova o stimolante contribuisce a creare nuovi modelli che accrescono l'esperienza. Pensiamo al cervello come a un bersaglio, più o meno grande a seconda del numero di connessioni e di neuroni presenti: se i proiettili colpiscono un bersaglio di piccole dimensioni lo distruggono facilmente, ma un bersaglio grande, anche se danneggiato, mantiene larghe aree intatte".

Allora: per essere in forma cognitivamente dobbiamo contare sulle esperienze acquisite, ma dando spazio alla novità. Non è una contraddizione?

"È giusto usare i modelli che abbiamo elaborato per essere efficienti nel nostro settore specifico di attività. Sono loro il 'pilota automatico' che ci fa lavorare bene senza troppo sforzo, ma non favoriscono la crescita di nuovi neuroni. Per questo, è importante cercare nuovi stimoli, dedicarsi ad attività diverse da quelle che ci sono familiari. È uno dei motivi per cui ho deciso di scrivere saggi divulgativi come 'Il paradosso della vecchiaia'".

Eppure molti ricercatori additano il multitasking, il fare più cose simultaneamente, come fonte di stress e di invecchiamento.

"È molto soggettivo: attivare processi mentali paralleli - per esempio leggere e parlare al telefono in contemporanea - può essere un utile allenamento, purché non generi disagio. Dobbiamo imparare ad ascoltarci per capire quando è il momento di fermarci".

Qual è la ginnastica migliore per il nostro cervello?

"Si possono creare esercizi appositi, come quelli che propongo ai miei pazienti in una vera e propria palestra pensata per allenare le varie funzioni cerebrali. Ma sono convinto che le diverse forme di arte che hanno accompagnato tutta la nostra civiltà siano nate proprio per stimolare le nostre funzioni cerebrali. Io ritengo che arte e atletica abbiano funzioni molto simili: la prima è destinata a tenere in esercizio il nostro cervello, l'altra il corpo".
 

 


02 settembre 2005
 

 

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