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di Elisa Manacorda
Dire il falso è un'abilità innata. Raccontano frottole persino bambini
piccoli. Un meccanismo legato alla sopravvivenza,
che risale a milioni di anni fa. E gli ultimi studi hanno evidenziato
quali aree del cervello si attivano quando si ingannano gli altri.
Bugiardi si nasce. E dissimulare fa parte della condizione umana.
Per questo si impara molto presto a raccontare balle. Addirittura, da
piccoli. Bambini di soli tre anni, secondo due studi appena pubblicati su
Psychological Science, sono già in grado di dissimulare il loro disappunto
davanti a un brutto regalo e di ringraziare cortesemente con il sorriso
sulle labbra. Saranno questi minuscoli mentitori, sostengono gli autori
della ricerca (Università dell'Oregon), a fare più strada nella vita.
Perché dire bugie è un comportamento socialmente utile, consente di
avere buone relazioni con tutti, e dunque di occupare i posti migliori
nella scala sociale. Non a caso i bambini più abili nel mascherare le
emozioni sono risultati figli di genitori altrettanto «controllati»,
diplomatici e di successo.
D'altra parte è assodato: fingere è la cosa più naturale che ci sia.
Tanto naturale che non è prerogativa esclusiva degli esseri umani, bambini
e adulti, ma anche del mondo animale: ci sono scimmie estremamente
abili nell'inganno. «La menzogna è un meccanismo biologico legato alla
sopravvivenza» afferma Luigi Anolli, docente di psicologia della
comunicazione all'Università di Milano-Bicocca e autore di Mentire (Il
Mulino). «Una strategia per ottenere quel qualcosa in più che si pensa di
non poter ottenere con la verità».
Una strategia tanto antica che i ricercatori scozzesi Richard W. Byrne
e Nadia Corp, studiando lo spessore della corteccia cerebrale dei
primati, la fanno risalire alla diffusione delle grandi scimmie sulla
Terra, tra i 12 e i 14 milioni di anni fa: più aumenta il volume della
neocorteccia e più il cervello «si specializza» nella menzogna.
Gli studi e le ricerche su questa singolarità della specie umana, ossia
raccontare frottole, si sono moltiplicati negli ultimi anni. Un libro
scritto da Harry G. Frankfurt, professore emerito di filosofia
all'università di Princeton, On Bullshit (in uscita da Rizzoli in
autunno), approfondisce la tendenza dell'uomo a spararle grosse: fandonie
o, letteralmente, «stronzate» che sono peggio ancora delle bugie «perché
il bugiardo ignora deliberatamente la verità, ma la conosce.
Chi racconta bufale invece non si cura della verità». A sorpresa il breve
saggio di Frankfurt è diventato negli Stati Uniti un best-seller: la
tiratura iniziale era di 5 mila copie e sembrava azzardato pensare che
potesse raggiungerne 20 mila. Ne ha vendute, finora, oltre 310 mila. Un
vero e proprio caso editoriale.
Il fatto che siamo diventati così bravi a raccontare frottole, secondo
Frankfurt, è in funzione del nostro vivere in una società democratica «marketing-oriented».
Il cervello ha un ruolo non secondario in tutta la vicenda. Ricercatori
dell'Università di Pennsylvania guidati da Daniel Landgleben hanno
scoperto che raccontare frottole o dire la verità attiva due regioni ben
distinte del cervello.
Usando la risonanza magnetica funzionale per immagini su 18 pazienti
sottoposti a un particolare esperimento, gli studiosi americani hanno
verificato come le aree che giocano un ruolo importante nell'attenzione e
nell'autocontrollo (il giro anteriore del cingolo e parte della corteccia
prefrontale e premotoria) risultassero più attive se i volontari dicevano
una bugia.
Quando si tratta di mentire, c'è chi è più bravo di altri, come dimostra
uno studio di William von Hippel, dell'Università del New South Wales di
Sydney. Tutto dipende dal cosiddetto «controllo inibitorio», cioè dalla
capacità di tenere a freno la lingua al momento opportuno, e di sostituire
la prima reazione istintiva (di solito negativa) con una più diplomatica.
Von Hippel ha mostrato a 70 studenti cartelli con i nomi dei colori
scritti nel colore non corrispondente (per esempio: arancione scritto in
verde) chiedendo loro di che colore fosse la parola. Quelli con il miglior
controllo inibitorio trattenevano l'istinto e dicevano correttamente
«verde» anziché «arancione». A costoro ha poi chiesto di mangiare un
piatto disgustoso (una zampa di gallina) di cui una signorina cinese
decantava la prelibatezza.
Una telecamera nascosta puntata sul volto ha rivelato che i ragazzi con il
miglior controllo inibitorio evitavano le istintive espressioni di
disgusto e mangiavano la zampa del volatile senza fare una piega. Per
conquistarsi, con successo, le simpatie della ragazza cinese.
Perché non rifiutarsi dicendo «questo piatto mi fa schifo»? Perché mentire
consentiva loro di non offendere la ragazza e di conservare buoni rapporti
con lei. A buon rendere. Si mente dunque per essere accettati, per
avere successo. Per ricavare vantaggi sul lavoro, per sfuggire ai disagi
della vita quotidiana (coniugale, per lo più), per evitare controlli o
critiche. Ma anche, appunto, per non dare dispiaceri: le bugie a fin di
bene.
Uno studio di prossima pubblicazione sul Journal of Nonverbal Behavior
condotto da Anolli mostra che le «bugie altruistiche» si dicono più
spesso al partner, a familiari e amici, mentre quelle egoistiche, che
danneggiano il prossimo, sono spacciate soprattutto agli estranei.
Lo psicologo americano Robert S. Feldman, riferisce la rivista Scientific
American, ha filmato di nascosto studenti della sua università, la
Massachusetts Amherst, mentre parlavano con un estraneo, e ha poi chiesto
loro di analizzare i nastri e di svelare quante bugie avevano raccontato
durante l'incontro: il 60 per cento ha ammesso di aver mentito almeno una
volta in dieci minuti di conversazione.
Ragazze e ragazzi hanno detto bugie con la stessa frequenza. Ma, osserva
Feldman, le prime per far sentire l'estraneo più a proprio agio, i secondi
per fare bella figura. Dal punto di vista evolutivo, si raccontano
fandonie soprattutto per salvarsi la vita. In assenza di queste
sofisticate tecnologie, però, non è facile capire chi mente e chi no.
Lo psicologo californiano Paul Ekman, che di frottole se ne intende (le
studia da 40 anni), dice che la capacità degli esseri umani di scoprire le
balle è appena del 53 per cento.
E anche quelli che in teoria
dovrebbero essere più abili (malavitosi, spie e agenti specializzati) non
fanno meglio. Tranne alcune rarissime eccezioni, che Ekman sta cercando di
individuare: studiando 14 mila individui, lo psicologo ha scovato 29 «lie
detector», veri maghi nel capire se chi parla racconta o meno la verità.
«Si tratta in genere di persone attente nel decifrare i microindizi cui la
gente comune non presta attenzione» spiega Anolli: l'intensità dello
sguardo, il volume di voce, le parole usate per descrivere una situazione.
Per esempio, contrariamente a quanto si pensa, l'abile mentitore ha un
tono di voce più basso, fa lunghe pause vuote tra una frase e l'altra,
tiene lo sguardo fisso sull'interlocutore e non cade quasi mai in
contraddizione.
Tutto il contrario dello stereotipo
che si ha del bugiardo: sguardo sfuggente, mani nervose e voce stridula.
Le donne, peraltro, mostrano una lieve tendenza a individuare i contaballe
con maggiore efficienza rispetto ai maschi, forse per la loro innata
capacità di cogliere i segni della comunicazione non verbale.
Alcuni popoli, poi, mentono più di altri (o meglio, riconoscono
alla menzogna un ruolo socialmente importante). «Nella cultura cinese, che
è una cultura cooperativa basata sull'armonia e l'immagine, già all'asilo
viene insegnato a mentire per rafforzare i legami di gruppo». In realtà
anche gli italiani, assai meno cooperativi dei cinesi, quanto a bugie non
sono secondi a nessuno.
Guardando i dati di una ricerca condotta da
Astra Demoskopea su 1.002 uomini e donne tra 35 e 64 anni, si direbbe che
l'intera penisola galleggi sopra un mare di balle. Ne sono state calcolate
3,8 milioni al giorno, per un totale di 1,4 miliardi ogni anno. I più
menzogneri (1 milione e mezzo di incalliti cantastorie) ne sparano almeno
5 tutte le mattine, mentre gran parte della popolazione (il 45 per cento
del campione) si trattiene e ne racconta 5 al mese o poco più.
Dalla ricerca emerge anche la top ten delle categorie più a rischio.
Che vede salda al primo posto quella dei politici: il 72,3 per cento
degli italiani ritiene che nei palazzi del potere si annidino i più arditi
bugiardi. «Ma poiché la menzogna è un gioco comunicativo a due, ci vuole
un mentitore e qualcuno che voglia farsi ingannare. E gli elettori,
soprattutto sotto elezioni, sono quelli più propensi a credere al finto
ottimismo e alle false promesse» continua Anolli.
D'altra parte i politici «per fornire una certa immagine di sé» sono,
dice Frankfurt, i maggiori raccontatori di fandonie. A seguire,
vengono i commercianti: il 40,33 per cento degli intervistati li crede i
bugiardi per eccellenza. I più onesti? Le prostitute (12,4 per cento) e i
medici (10,1 per cento). Ma attenzione. Come diceva Mark Twain,
esistono tre tipi di bugie. Le bugie semplici. Le dannate bugie. E le
statistiche.
31 agosto 2005
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