australia il paese dove tutti vorremmo vivere

 

di Alvaro Ranzoni

Australia felix? Pare proprio di sì. Da 15 anni l'economia cresce senza sosta, come se non ci fosse stato l'11 settembre né la recessione dell'Occidente. La Cina, qui più vicina, non è una minaccia ma un'opportunità perché compra a prezzi alti carbone e materie prime. Gli appena 20 milioni di australiani, su un territorio di 7,6 milioni di chilometri quadrati (23 volte l'Italia), possono contare su un lavoro ben retribuito. Anzi, con una disoccupazione al livello, considerato fisiologico, del 5,1 per cento, c'è un acuto bisogno di braccia e di intelligenze.
Il paese è affascinante, come dimostra un turismo vivacissimo che produce da solo il 5 per cento del pil, quasi quanto tutta l'industria mineraria. Ma anche tranquillo, con scarsa criminalità, e tollerante: pur essendo un crogiolo di etnie (un quarto degli abitanti è nato all'estero e un terzo dei nuovi immigrati viene dall'Asia), il razzismo è praticamente sconosciuto. Come se non bastasse, per acquistare una villetta di tre camere da letto in stile coloniale, con tanto di patio e colonne, circondata da 500 metri di giardino bastano 100 mila euro, quanto si spende ormai per un box auto nel centro di Milano o Roma.
La qualità della vita è altissima. Sydney contende a San Francisco la palma di città più gradevole e vivace. Dice Dion Eades, funzionario dell'ufficio del turismo tropicale del Queensland settentrionale: «La gente è cordiale, rilassata e informale. C'è spazio, buona cucina e ottimo vino per tutti, e la natura è semplicemente meravigliosa».
Che aspettiamo, allora? Beh, non è poi così facile emigrare in Australia. Da sempre il governo di Canberra adotta una politica di immigrazione molto selettiva, basata su un sistema di punti e di quote, che gli consente di scegliere solo chi vuole in un determinato momento. Fece scalpore quattro anni fa la vicenda del cargo norvegese Tampa che aveva raccolto in mare 433 clandestini, per lo più afghani: furono inesorabilmente allontanati, dopo settimane di attesa, dalle acque territoriali australiane.

Eppure, quest'anno sono stati accolti in Australia 120 mila nuovi immigrati e 14 mila profughi, tutti regolari, proporzionalmente più del milione entrati negli Stati Uniti, che hanno una popolazione 15 volte maggiore. E l'anno prossimo saranno 20 mila di più. «Possiamo prenderne così tanti proprio perché controlliamo gli accessi» spiega il ministro per l'Immigrazione, Amanda Vanstone.

Quanti abitanti può accogliere l'Australia, l'unico paese che è anche un continente? La questione è dibattuta fin dal 1788, quando arrivarono le prime navi di galeotti inglesi mandati a colonizzarla. Un secolo fa si parlava di 100 milioni, ma sembra più realistica una previsione di 50 milioni per la metà di questo secolo (quando gli italiani, secondo alcune stime, saranno ridotti a 38 milioni). Però c'è chi, come l'antropologo americano Jared Diamond, pensa che gli attuali 20 milioni di australiani siano già troppi: questo enorme territorio, in gran parte arido e desertico, avrebbe posto per soli 8 milioni di persone, scrive nel suo ultimo libro, Collapse.
Il supersfruttamento agricolo e boschivo avrebbe impoverito il già fragile suolo, insieme all'allevamento intensivo di bestiame, specie ovini. Troppo catastrofico? Forse. Resta il fatto che, per la scarsità d'acqua, l'Australia è un enorme paese sostanzialmente vuoto. L'85 per cento degli abitanti vive sulla sottile fascia costiera, raggruppato attorno alle cinque città principali, replicando talvolta le condizioni di affollamento urbano tipiche dell'Europa. Altro che praterie e distese a perdita d'occhio dove è bello vivere immersi nella natura selvaggia.
In quello che chiamano «l'outback», il grande vuoto, molti australiani vanno una volta nella vita per un barbecue, spinti dalla curiosità. E alcuni non ci sono mai stati. È per questo che il grande storico australiano Manning Clark, nel delineare un aspetto tipico del carattere degli australiani, parlava, anche in un'intervista con Panorama, qualche anno fa, di «sense of failure», il complesso del fallimento per non essere riusciti in due secoli a conquistare veramente questo grande territorio. Ma forse tutto questo è destinato a cambiare.
Interno del Nuovo Galles del Sud: una quarantina di fattorie sono senz'acqua da due anni per l'inaridirsi, dopo 10 anni di siccità, di un piccolo affluente del fiume Darling. Keith Forster e la moglie Pauline, proprietari di una delle più piccole aziende agricole (4 mila ettari), sono sull'orlo della bancarotta. Hanno dovuto ridurre il gregge da 3 mila a sole 100 pecore. Prima di abbandonare tutto, però, si mettono alla testa di un progetto che forse potrà salvare l'intera comunità e portare acqua a un milione di ettari di terreni agricoli. Come? Andando a prendere l'acqua dal fiume Murray, a 300 chilometri di distanza, con un acquedotto in tubi di plastica e relative stazioni di pompaggio al costo di 35 milioni di euro. Progetti del genere stanno spuntando un po' dappertutto. A Perth e Adelaide, le città più assetate, si comincia a sperimentare la desalinizzazione del mare.
E poi non è vero che tutta l'Australia sia arida. Nel nord tropicale, come nel Queensland settentrionale, piogge abbondanti di 5 e perfino di 7 metri all'anno sono la norma. Lassù l'acqua viene sprecata, anche per colpa del sistema federale australiano che attribuisce ai singoli stati (sono sei in tutto, più due territori) la competenza esclusiva sulle risorse naturali. Una riforma per fare dell'acqua un bene dell'intera nazione è attesa fra breve.
Oltre al complesso del fallimento l'Australia ha sempre subito quella che un altro storico, Geoffrey Blainey, definì la «tirannia della distanza»: lontanissima dal resto del mondo, ma anche considerata una specie di corpo estraneo dai suoi vicini asiatici. «L'immondezzaio bianco dell'Asia» arrivò a definirla negli anni Ottanta il primo ministro di Singapore, Lee Kuan Yew.
Oggi l'Australia non è più vicina (ci vuole sempre un viaggio aereo di circa 24 ore per arrivarci): è il resto del mondo che si è spostato. E l'Australia è venuta a trovarcisi proprio in mezzo. Niente raffigura meglio la sua nuova centralità geopolitica del fatto che, in due giorni successivi dell'ottobre 2003, le camere congiunte del parlamento di Canberra hanno ricevuto prima il presidente degli Stati Uniti, George Bush, e poi il presidente della Cina, Hu Jintao. L'anno scorso l'Australia ha firmato un trattato bilaterale di libero scambio con gli Usa e in aprile ha aperto il negoziato per concluderne uno simile con la Cina: per Pechino sarebbe il primo in assoluto.

Affamata di materie prime, la Cina compra carbone, minerali, petrolio e fornisce all'Australia gran parte dei prodotti finiti di cui ha bisogno. Ormai nei supermercati australiani e perfino nelle boutique quasi tutto è made in China.
E in quanto agli Stati Uniti, il primo ministro John Howard, liberale, eletto in ottobre per il quarto mandato triennale consecutivo, non ha esitato in un'intervista a definirsi il «vicesceriffo dell'America nella regione». Di Bush, che ammira particolarmente (per un gioco del destino si trovava in visita a Washington il fatidico 11 settembre 2001), Howard è uno dei più strenui alleati. Non solo l'Australia è presente in Iraq e in prima linea nella lotta al terrorismo internazionale, ma nella sua parte di mondo sta ritagliandosi un ruolo di potenza regionale in funzione stabilizzatrice.
Personale militare e civile australiano è presente alle Salomone, un arcipelago di mille isole tormentato da anni di guerra civile, con compiti di formazione e addestramento alla democrazia. Lo stesso nella vicina Nauru e nell'ex colonia di Papua Nuova Guinea. Con il grande vicino, l'Indonesia, sono migliorati i rapporti e la collaborazione antiterrorismo dopo che, nell'ottobre del 2002, una bomba a Bali fece 202 vittime di cui 88 australiani. E presso i paesi della regione l'immagine dell'Australia è molto cresciuta dopo i generosi aiuti in seguito allo tsunami.
Abbandonata da tempo la politica dell'«Australia bianca» e anglosassone, oggi il paese è il modello di integrazione considerato di maggiore successo al mondo. «Sono felice di vivere in una società veramente multietnica e multiculturale, dove ognuno porta il suo contributo al benessere comune» dice Sandy McFeeters, direttrice del complesso alberghiero Voyages su Lizard Island, una delle isole più belle della sterminata Barriera corallina (oltre 2 mila chilometri di meraviglie sottomarine).
Ma se l'Australia ha saputo accogliere e integrare emigranti irlandesi, italiani, greci, mediorientali, vietnamiti, cambogiani e cinesi (è cinese il sindaco di Melbourne, John So, emigrato 30 anni fa da Hong Kong), ha inspiegabilmente fallito nell'assimilare gli originali abitanti del paese, gli aborigeni.
Ridotti a circa 400 mila, dal milione stimato ai tempi dell'occupazione coloniale, vivono in gran parte ai margini di una società che non sa veramente cosa fare di loro. Un tempo dare la caccia agli aborigeni fu un passatempo (nell'isola di Tasmania sono stati sterminati) e, fino agli anni Settanta, allevare un negretto in casa è stato considerato chic. Spinti dal senso di colpa per le grandi ingiustizie perpetrate, i governi succedutisi negli ultimi decenni hanno provato col welfare, con l'istruzione obbligatoria, con il trattamento preferenziale nelle assunzioni e anche con la restituzione, almeno simbolica, delle terre.
Ma i risultati sono scarsi: ancora oggi per un aborigeno la vita media è di ben 21 anni più breve del resto della popolazione, la disoccupazione tre volte più diffusa e la possibilità di finire in prigione addirittura 16 volte più elevata. Il fatto più positivo è che ci si è accorti di quanto la cultura aborigena sia portatrice di una meravigliosa forma di pittura che si sta affermando anche oltre i confini dell'Australia.
A Cairns, capitale turistica del Queensland settentrionale, una cooperativa composta per l'80 per cento di aborigeni ha creato il parco di Tjapukai dove i turisti acquistano prodotti artigianali straordinariamente dipinti e assistono alle rappresentazioni sceniche dei miti dei primi abitanti di questa terra. Ma è difficile che il problema degli aborigeni si risolva facendo di tutti loro dei pittori o degli intrattenitori turistici.


31 agosto 2005

 
panorama.it

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