tutti i bidoni nel piatto


 

di Francesca Folda e Giorgio Sturlese Tosi

Dilagano i prodotti tipici. Ma non sempre il marchio di qualità dice tutto quel che c'è da sapere sull'origine degli alimenti garantiti. Che possono nascondere qualche sgradevole sorpresa.
 

La Valtellina? È una provincia del Brasile.
Battipaglia? Una cittadina romena.
Il Chianti? Una terra di vigneti tra Puglia e Calabria. Se questa geografia non vi convince siete palati fini ma consumatori distratti. Amate salumi e formaggi tradizionali, pomodorini gustosi e vino doc.
Forse, però, vi fidate troppo di quei marchi (dop e igp, oltre a doc e docg per i vini) che dovrebbero garantire l'origine degli alimenti ma che, nati per tutelare il consumatore, hanno finito per valorizzare i prodotti e aumentarne i prezzi.

Basti pensare che dop e igp rilasciati a cibi italiani registrati dal ministero delle Politiche agricole sono oltre 150 e i vini con marchio di qualità circa 500. Lo ammette persino Piero Sardo, presidente della Fondazione Slow food per la biodiversità, che ha combattuto per la protezione dei cibi tipici in via d'estinzione. «Oggi proprio i marchi di qualità non solo danneggiano i piccoli produttori locali che non possono sostenere le spese di registrazione (circa il 5 per cento del costo di produzione), ma in qualche caso ingannano il consumatore, favorendo solo la grande industria alimentare».

Il perché è presto detto: senza contare le vere e proprie frodi, alcuni disciplinari (ovvero le norme che definiscono i criteri di produzione) hanno maglie talmente larghe da trasformare il marchio di qualità in una beffa. «Gran parte dei prodotti si allontana mostruosamente da quello che il consumatore immagina di mettere nel piatto» conclude Franca Braga, supervisore di Altroconsumo per le indagini alimentari.
 

IL GLOSSARIO DEL GUSTO
Tutte le sigle per i cibi da conoscere

Dop
La denominazione di origine protetta è attribuita ad alimenti con caratteristiche qualitative che dipendono dal territorio in cui sono prodotti, per clima, fattori ambientali e tecniche tradizionali di produzione. Tutte le fasi di lavorazione devono avvenire nell'area geografica e seguire le regole produttive stabilite per legge. Esempi: parmigiano reggiano, toma piemontese, soppressata di Calabria.

Igp
L'indicazione geografica protetta designa un prodotto agricolo o alimentare originario di un luogo determinato con una specifica qualità, reputazione o altra caratteristica attribuita all'origine geografica e la cui produzione e/o trasformazione e/o elaborazione avvengano lì. Esempi: bresaola della Valtellina, limone di Sorrento, arancia rossa di Sicilia.

Stg
La specialità tradizionale garantita identifica prodotti agroalimentari che, per caratteristiche qualitative e di tradizionalità, si distinguono nettamente da altri simili. Possono essere prodotti ovunque, nel rispetto del relativo disciplinare. Esempi: pizza napoletana, miele vergine integrale.

Igt
L'indicazione geografica tipica riconosce la qualità attribuita ai vini da tavola caratterizzati da aree di produzione generalmente ampie e con disciplinare produttivo poco restrittivo. Può essere indicato anche il vitigno.

Doc
La denominazione di origine controllata riconosce la qualità attribuita a vini prodotti in zone limitate, recanti il loro nome geografico. Di norma il nome del vitigno segue quello della doc e la disciplina di produzione è rigida. I vini devono superare accurate analisi chimiche e sensoriali. Esempi: Morellino di Scansano, San Gimignano.

Docg
La denominazione di origine controllata e garantita riconosce il particolare pregio qualitativo di alcuni vini doc di notorietà nazionale e internazionale, sottoposti a controlli più severi, commercializzati in recipienti di capacità inferiore a 5 litri e con un contrassegno dello stato che consente la numerazione delle bottiglie prodotte.
Esempi: Franciacorta, Chianti, Barolo. In Europa, doc e docg sono indicati come Vqprd.

Il carnevale della bresaola.
Cos'hanno in comune le ballerine di samba e la bresaola della Valtellina? Il paese d'origine. Lo stesso consorzio per la tutela della bresaola della Valtellina igp ammette che la propria produzione (16 mila tonnellate l'anno) si basa su bovini che pascolano nelle praterie brasiliane.
Macellata in Sud America, la carne viaggia in container refrigerati fino all'Italia, per raggiungere la provincia di Sondrio, dove viene soltanto salata ed essiccata. Tutto lecito, peccato che nessuna delle confezioni di bresaola igp in commercio informi sull'origine delle carni, anche se le aziende la promuovono come «una fetta di Valtellina sulla tavola».

Troppi maiali per l'italia.
I salumi nostrani parlano altre lingue. Il lardo di Colonnata fa gola a molti, ma solo quello igp è prodotto con grasso di maiali italiani. Una dozzina di piccoli produttori in tutto: dalle loro tradizionali conche di marmo escono pochi quintali l'anno che è vietato vendere fuori del mercato europeo.
Il lardo «di Colonnata» che invade Giappone e Stati Uniti, ed è segnalato sui menù di molti ristoranti italiani, non può certo essere tutto originale. «Viene forse dalla Spagna» sospetta il presidente dell'associazione di tutela del marchio, Fausto Guadagni «dove i maiali sono più grassi dei nostri e finiscono sul mercato con definizioni generiche, come lardo di Carrara o delle Apuane». Se tutti i 100 milioni di prosciutti italiani provenissero da suini nostrani, l'Italia sarebbe una porcilaia» calcola Sardo.

Tipici, ma d'importazione.
Piccoli, sodi e profumati, i pomodori pachino sono dal 2003 prodotto geografico protetto della provincia di Ragusa. Peccato che sia stata forzata un po' la legislazione: la tipicità può essere ridotta a un banale risciacquo del pomodoro in acqua salata. Una lavorazione che se effettuata nel Ragusano consente di marchiare come igp anche pomodorini coltivati in Nord Africa, senza garanzie sull'uso di pesticidi.

Una bufala di mozzarella.
La mozzarella di bufala campana è un dop che garantisce l'uso del 100 per cento di latte di bufale allevate nelle province di Benevento, Caserta, Napoli, Salerno, Frosinone, Latina e Roma. Ma una semplice «mozzarella di bufala» è invece prodotta per la maggior parte con latte vaccino e solo una piccola quota di latte di bufala, che per di più, congelato, proviene dalla Romania e da altri paesi dell'Est, dove il regime dei controlli sanitari si sta solo ora lentamente avvicinando agli standard europei. «La mozzarella di bufala è uno dei prodotti più piratati» dichiara Giuseppe Fugaro, dell'Ispettorato centrale repressione frodi del ministero delle Politiche agricole. «Le bufale hanno lattazioni stagionali ma i consumatori pretendono di mangiarne tutto l'anno».

Quando il disciplinare inganna.
Slow food ha lottato contro la registrazione della robiola di Roccaverano dop. Un paradosso, se non fosse che il primo disciplinare ammetteva il formaggio «caprino» con l'85 per cento di latte vaccino. «Un autentico svarione della normativa che ora è stato corretto» spiega Sardo. «Oggi il latte di capra dev'essere almeno il 50 per cento. Resta molto da fare, però: in molti dop mancano indicazioni sui limiti di conservanti e additivi anche negli alimenti tutelati da marchi di qualità».

Chianina per tutti.
Le pregiate bistecche fiorentine sono tutte spacciate per «chianine». Possibile? Si tratta di una razza antica dalla carne saporita ma di appena 40 mila capi. Il consorzio produttori dichiara di non macellarne più di 15 mila l'anno. Insomma, se la matematica non è un'opinione, se fossero tutte chianine quelle che stanno sulla brace, la Toscana e l'Umbria dovrebbero essere un unico grande pascolo.

Truffa in bottiglia.
In Toscana, Nas dei carabinieri e Guardia di finanza hanno sequestrato 70 mila ettolitri di Chianti classico (l'intera produzione vinicola, dal 2001 al 2004) di un'importante azienda del settore. Due arresti (per ora) e l'accusa di aver tagliato il vino docg con altro arrivato da Puglia e Calabria con decine di cisterne. I vigneti toscani registrati a produzione docg erano occupati da boschi e pascoli.
 

 

 

01 novembre 2005

adnkronos.it

www.studioparisipresicce.it

top