PARMA — Mario Alessi,
45 anni, muratore. È indagato per il rapimento di
Tommaso Onofri. Un’accusa pesante. Che arriva dopo tre
settimane di sospetti, pedinamenti, perquisizioni. «Un
atto dovuto» dice il suo avvocato, Laura Ferraboschi.
Decisa: «Ora il mio assistito è in condizione di
difendersi». Ottimista: «Vedrete che presto ne verrà
fuori». Per adesso le attenzioni degli investigatori
sono tutte per lui. Sposato, un bambino di sei anni, un
processo in corso per presunto stupro e sequestro di
persona, avvenuto in Sicilia nel 2000. Una vecchia
storia dalla quale si è sempre dichiarato estraneo. Poi,
a distanza di sei anni, un’altra accusa, più grave.
Riguarda il rapimento di
Tommy, un bambino di 18 mesi, malato di epilessia,
figlio del proprietario di una cascina ristrutturata da
lui insieme con altre squadre di manovali. Quaranta
giorni di lavoro non continuativi, come collaboratore di
una piccola ditta edile: dal 26 agosto al 23 dicembre.
Nessuna pendenza con Paolo Onofri, come sostiene il
titolare, P.B.: «Ha sempre pagato gli operai man mano
che finivano la loro parte, non ha mai lasciato indietro
neppure un centesimo». Nessun legame con Onofri oltre il
cantiere: «Sono stato io a farli incontrare—racconta il
titolare dell’impresa — prima non si erano mai visti».
Eppure qualcosa ha portato gli investigatori sulle
tracce di Alessi. Forse un alibi debole, forse qualche
contraddizione. Certo è che Alessi è iscritto nel
registro degli indagati.
E la sua auto è sotto
sequestro. Alto, magro, brizzolato. Il manovale vive
in un casolare a Coenzo, frazione di Sorbolo, fuori dal
paese, lungo una stradina che porta in campagna, fra i
mille campi, tutti uguali, della provincia di Parma. Sin
dall’inizio dell’inchiesta, è stato uno dei più
interrogati. Ore e ore di domande, fra Procura e
questura, poi le perquisizioni in casa, a sorpresa.
Stesso trattamento per altri suoi colleghi, operai che
come lui avevano eseguito lavori nel cascinale di Onofri.
Sotto pressione persino il titolare delle ditta, P. B.,
32 anni, origini siciliane, padre di quattro figli, di
cui uno sofferente di crisi epilettiche. Proprio come
Tommaso. Per questo nella sua abitazione nel centro di
Parma, la polizia aveva trovato un farmaco simile al
Tegretol, quello che prendeva Tommy. Nessun rapporto con
il rapimento, solo una triste coincidenza. Tre settimane
dopo la pista dei manovali si stringe intorno a Mario
Alessi, soprannominato «l’incappucciato », l’uomo che
una notte, al termine di un confronto in Procura con
Paolo Onofri, uscì con il volto coperto da una
maglietta.
Uno stratagemma inutile. Da allora lo
affianca l’avvocato Laura Ferraboschi, avvocato di
Parma. Prima dispensatrice di consigli. Da ieri
difensore ufficiale. Di Tommaso, invece, nessuna
notizia. Dopo 24 giorni dal sequestro è comparsa solo
una scritta, poche parole in stampatello, sulla strada
che porta al casolare di Casalbaroncolo: «Ne hai
abbastanza? ». Tre righe sull’asfalto, dipinte con una
vernice spray: bianca. Le ha trovare ieri mattina una
volante della polizia. Lungo una viuzza, stretta, dove
le auto sono costrette ad alternarsi, all’incrocio con
un sentiero che gira in un terreno, a 50 metri dalla
cascina. Forse gli autori hanno parcheggiato lì, prima
di mettersi all’opera. Una domanda inquietante: «Ne hai
abbastanza?».
Paolo Onofri se l’è
ripetuta spesso nelle ultime settimane, sempre con
la stessa risposta: «Se chi ha preso Tommaso voleva
vendicarsi, l’ha fatto abbastanza. Che cosa vuole ancora
da me, che mi suicidi? ». Maieri se l’è trovata scritta
quasi sulla porta di casa, quella domanda. Un mitomane?
Oi sequestratori di Tommy? «Non lo so. Ma se sono i
rapitori, questo è il segno che aspettavo. Prima il
cane, poi la scritta. Potrebbe voler dire che mio figlio
è vivo». Speranza, fiducia. Infine un messaggio, per
«loro»: «Ditemi che cosa volete di più: farò di tutto
per riavere il mio Tommy».
di Grazia Maria Mottola
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