::Bhutan, la terra del papavero azzurro e del drago tranquillo::

 

Bruxelles ha approvato la lista nera: la maggior parte dei vettori proibiti sono africani, nessuno europeo. Tre volano con restrizioni.

 

 

Nelle campagne di questo piccolo stato la vita segue ancora il ritmo del sole. Il nome Bhutan deriva dal sanscrito “Bhotant” che significa “fine del Tibet”, secondo altri “Bhu-uttan” vuole dire “terre alte”. I bhutanesi ci parlano di “druck yul” che significa “terra dell’ultimo drago”.
Questo è un viaggio alla scoperta di un mondo spirituale umano e culturale. tra le montagne dell'Himalaya orientale, confinante a nord con la Cina, a est e a sud con l'India, a ovest con il Nepal. La parte meridionale del Paese è collinosa mentre quella centrale (1200-3000 m) ha foreste e fertili valli in Ha, Paro, Thimphu, Punakha. I Monti Neri, che superano i 5000 m, formano una barriera naturale fra il Bhutan occidentale e quello centrale. Più a nord, inizia una regione di valli glaciali e di pascoli alpini che si elevano con picchi che superano i 7000 m (Jhomolhari, Jichudrake, Gangkar Pinsum). Da qui si dipartono numerosi contrafforti solcati, in primavera, da fiumi vorticosi con magnifiche cascate, montagne con pendii ripidi macchiati dal verde scuro di pini e dal colore dei papaveri azzurri, che circondano i prati della valle a metà strada tra la città di Paro e Thimphu, la capitale del Bhutan. Un silenzio rarefatto circonda i viaggiatori, solo il rumore dell’acqua dei ruscelli che conduce verso un piccolo mulino del villaggio di Tshaluna dove macinano il frumento. Le case sono basse e di legno con finestre intagliate e decorate e balconi ricolmi di fiori.

Percorrendo la strada che conduce a Thimphu, lungo i bordi delle strade, non ci sono venditori ambulanti, nessun luogo di ristoro, nessun bambino che chieda qualcosa, più pedoni che automobili, ma anche animali, scimmie, cani e perfino un ghepardo delle nevi capace di sopravvivere a queste altezze. La popolazione locale lavora nei campi, munge le mucche, c’è la montatura a mano del burro, alcune donne anziane tessono il filato, altre distillano l’orzo. Il nostro cammino ci conduce a Thimphu, forse l’unico posto al mondo senza semafori. In realtà ne avevano messo uno, ma generava una tale confusione e incedenti che hanno dovuto levarlo. Più che una città è un centro abitato con tutti gli edifici costruiti secondo la tradizione. Non c’è il rischio di perdersi. In una giornata si può visitare il Memorial Chorten, costruito in ricordo dell'ultimo re del Bhutan nel 1974, il tempio Changangkha del 15° secolo, Sangyegang, un punto panoramico da cui si può vedere tutta la valle, l’"Institute of Arts and Crafts" e il " National Textile museum & the Folk heritage museum". Nel pomeriggio, una visita al mercato settimanale della verdura dove vengono tutti gli abitanti della valle e una sosta al ristorante principale di Thimphu per assaggiare l’ “emadatse”, piatto nazionale composto da peperoncini rossi con salsa al formaggio e pietanze di carne, riso o patate.

Altra visita alla ricca e fertile Valle di Paro caratterizzata da stupendi paesaggi, villaggi pittoreschi ed edifici storici, tutti situati nel raggio di pochi chilometri. Ci immergiamo nella cultura bhutanese visitando il National Museum del 1656 che si trova poco distante dal centro della città, e il Taktshang Monastery, appollaiato su una roccia alta 900 m che si staglia sopra la valle. È chiamato anche “Nido della Tigre” perché il Guru Rimpoche volò qui nell'VIII secolo sul dorso di una tigre.
Il Bhutan si è aperto al turismo solo recentemente con un approccio intelligente e prudente. È un paese in cui il valore della felicità individuale, della tradizione, della religione e della salvaguardia all’ambiente, hanno la priorità rispetto alla modernizzazione. Il turismo è solo una delle modalità in cui saggiamente viene gestito il regno del Bhutan, nel quale è proibito fumare in pubblico, fare trekking sulle montagne sacre, dove ogni visitatore deve rimuovere i propri rifiuti, dove ci si può accampare solo in determinati luoghi e dove è vietato approvvigionarsi di legna da ardere: tutti segni questi di una particolare attenzione e rispetto nei confronti del territorio e dell’ambiente.Sia l’uomo che la donna hanno gli stessi diritti e doveri, i bambini sono molto amati ed è considerato disonorevole averne meno di cinque e molto positivo più di dieci!!.
È abitudine in tutte le famiglie mandare i figli maschi in monastero, con la speranza che almeno uno di essi diventi monaco. La vita della gente del Bhutan non è cambiata molto nel corso dei secoli, segue sempre lo stesso ritmo, non esistono le date e il tempo viene misurato in giorni e stagioni, in ogni casa c’è un altare per la preghiera, un carro con gli “yah” per coltivare la terra, il riscaldamento con stufe a legno, molti soni i villaggi che si possono raggiungere solo attraverso sentieri di montagna. Vengono utilizzati soltanto una dozzina di nomi sia per uomini e donne in combinazione diversa tra nome e cognome. In ogni casa all’ingresso vi sono simboli fallici di legno intagliati e colorati, perchè di buon auspicio. Secondo un antica leggenda ricordano un monaco libertino che sbaragliò un demone femminile trascinandola per tutto il paese.

In Bhutan la religione definisce il paesaggio e viceversa. Il Bhutan la collina non è una collina ma la parte posteriore di un demone, un lago non è un lago, ma un punto nascosto di un tesoro sacro, i monumenti non sono monumenti ma luoghi dove giganteschi serpenti sono stati uccisi e trasformati in campi d’orzo.
Il buddismo tibetano, governa il tempo e la modalità di vita dei suoi abitanti, bandierine di preghiera votive multicolori sono presenti in tutti i giardini, nei campi e sulle sommità dei monti. Lungo le strade è possibile scorgere i “dongs”, conventi-fortezze disseminati in tutto il territorio, memoria storica e religiosa per il paese, decorati con dipinti della mitologia buddista sul muro. Hanno una corte interna divisa dal tempio e dai quartieri dei monaci. Camminando lungo il cortile tra il suono del silenzio e il mormorio basso che viene dall’interno delle pareti dove i monaci pregano, versi dei corvi che volano alti interrompono questa atmosfera. I monaci vestiti di rosso e giallo attraversano il cortile, vengono incontro ai viaggiatori e dopo un versamento di obolo versano nelle loro mani acqua di rose che a sua volta viene versata sulla testa in segno di benedizione. Ci si mette in fila per accendere una candela in segno di devozione e rispetto.
Per visitare il paese, la grande maggioranza dei viaggiatori sceglie le feste dell'arco Himalayano, le “Tshechu" più importanti e vivaci che sono coloratissime occasioni per osservare la cultura del paese, occasioni di arte religiosa del Paese, di danze religiose chiamate "Cham". Queste si svolgono una volta all'anno all’interno dei “Dzong”. Le donne si vestono con i tipici "Kira" e gli uomini con i "Kho".Tutte le province del Bhutan hanno i loro tsechu, ma i più spettacolari sono quelli di Paro in primavera (4-8 aprile) e di Thimphu in autunno (27-29 settembre). A Paro, si svolge la cerimonia dell'esposizione della Thangka Thongrol, vecchia di 400 anni che viene trasportata fuori dallo dzong da un gruppo di monaci e srotolata sulla parete di un tempio a tre piani. Questa esposizione riguarda enormi immagini realizzati a mano, con bellissimi applicazioni e colori, che rappresentano sempre una storia religiosa. Altri tsechu a Trongsa e Lhuntse (gennaio), Punakha, Chorten Kora e Ura, Bumthang (marzo), Trashiyangtse e Chukkha (aprile), Ura, Bumthang (maggio), Bumthang (giugno), Wangdue, Bumthang (settembre-ottobre), Bumthang, Phobjikha, Mongar, Pema Gatsel, Trashigang (novembre), Trongsa e Lhuntse (dicembre).

di Carmine Volpe

 

24 marzo 2006

 
 
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