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Nelle campagne di questo piccolo stato la
vita segue ancora il ritmo del sole. Il nome Bhutan deriva dal
sanscrito “Bhotant” che significa “fine del Tibet”, secondo
altri “Bhu-uttan” vuole dire “terre alte”. I bhutanesi ci
parlano di “druck yul” che significa “terra dell’ultimo drago”.
Questo è un viaggio alla scoperta di un mondo spirituale umano e
culturale. tra le montagne dell'Himalaya orientale, confinante a
nord con la Cina, a est e a sud con l'India, a ovest con il
Nepal. La parte meridionale del Paese è collinosa mentre quella
centrale (1200-3000 m) ha foreste e fertili valli in Ha, Paro,
Thimphu, Punakha. I Monti Neri, che superano i 5000 m, formano
una barriera naturale fra il Bhutan occidentale e quello
centrale. Più a nord, inizia una regione di valli glaciali e di
pascoli alpini che si elevano con picchi che superano i 7000 m (Jhomolhari,
Jichudrake, Gangkar Pinsum). Da qui si dipartono numerosi
contrafforti solcati, in primavera, da fiumi vorticosi con
magnifiche cascate, montagne con pendii ripidi macchiati dal
verde scuro di pini e dal colore dei papaveri azzurri, che
circondano i prati della valle a metà strada tra la città di
Paro e Thimphu, la capitale del Bhutan. Un silenzio rarefatto
circonda i viaggiatori, solo il rumore dell’acqua dei ruscelli
che conduce verso un piccolo mulino del villaggio di Tshaluna
dove macinano il frumento. Le case sono basse e di legno con
finestre intagliate e decorate e balconi ricolmi di fiori.
Percorrendo la strada che conduce a Thimphu,
lungo i bordi delle strade, non ci sono venditori ambulanti,
nessun luogo di ristoro, nessun bambino che chieda qualcosa, più
pedoni che automobili, ma anche animali, scimmie, cani e perfino
un ghepardo delle nevi capace di sopravvivere a queste altezze.
La popolazione locale lavora nei campi, munge le mucche, c’è la
montatura a mano del burro, alcune donne anziane tessono il
filato, altre distillano l’orzo. Il nostro cammino ci conduce a
Thimphu, forse l’unico posto al mondo senza semafori. In realtà
ne avevano messo uno, ma generava una tale confusione e
incedenti che hanno dovuto levarlo. Più che una città è un
centro abitato con tutti gli edifici costruiti secondo la
tradizione. Non c’è il rischio di perdersi. In una giornata si
può visitare il Memorial Chorten, costruito in ricordo
dell'ultimo re del Bhutan nel 1974, il tempio Changangkha del
15° secolo, Sangyegang, un punto panoramico da cui si può vedere
tutta la valle, l’"Institute of Arts and Crafts" e il " National
Textile museum & the Folk heritage museum". Nel pomeriggio, una
visita al mercato settimanale della verdura dove vengono tutti
gli abitanti della valle e una sosta al ristorante principale di
Thimphu per assaggiare l’ “emadatse”, piatto nazionale composto
da peperoncini rossi con salsa al formaggio e pietanze di carne,
riso o patate.
Altra visita alla ricca e fertile Valle di
Paro caratterizzata da stupendi paesaggi, villaggi pittoreschi
ed edifici storici, tutti situati nel raggio di pochi
chilometri. Ci immergiamo nella cultura bhutanese visitando il
National Museum del 1656 che si trova poco distante dal centro
della città, e il Taktshang Monastery, appollaiato su una roccia
alta 900 m che si staglia sopra la valle. È chiamato anche “Nido
della Tigre” perché il Guru Rimpoche volò qui nell'VIII secolo
sul dorso di una tigre.
Il Bhutan si è aperto al turismo solo recentemente con un
approccio intelligente e prudente. È un paese in cui il valore
della felicità individuale, della tradizione, della religione e
della salvaguardia all’ambiente, hanno la priorità rispetto alla
modernizzazione. Il turismo è solo una delle modalità in cui
saggiamente viene gestito il regno del Bhutan, nel quale è
proibito fumare in pubblico, fare trekking sulle montagne sacre,
dove ogni visitatore deve rimuovere i propri rifiuti, dove ci si
può accampare solo in determinati luoghi e dove è vietato
approvvigionarsi di legna da ardere: tutti segni questi di una
particolare attenzione e rispetto nei confronti del territorio e
dell’ambiente.Sia l’uomo che la donna hanno gli stessi diritti e
doveri, i bambini sono molto amati ed è considerato disonorevole
averne meno di cinque e molto positivo più di dieci!!.
È abitudine in tutte le famiglie mandare i figli maschi in
monastero, con la speranza che almeno uno di essi diventi
monaco. La vita della gente del Bhutan non è cambiata molto nel
corso dei secoli, segue sempre lo stesso ritmo, non esistono le
date e il tempo viene misurato in giorni e stagioni, in ogni
casa c’è un altare per la preghiera, un carro con gli “yah” per
coltivare la terra, il riscaldamento con stufe a legno, molti
soni i villaggi che si possono raggiungere solo attraverso
sentieri di montagna. Vengono utilizzati soltanto una dozzina di
nomi sia per uomini e donne in combinazione diversa tra nome e
cognome. In ogni casa all’ingresso vi sono simboli fallici di
legno intagliati e colorati, perchè di buon auspicio. Secondo un
antica leggenda ricordano un monaco libertino che sbaragliò un
demone femminile trascinandola per tutto il paese.
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In Bhutan la religione definisce il
paesaggio e viceversa. Il Bhutan la collina non è una
collina ma la parte posteriore di un demone, un lago non è
un lago, ma un punto nascosto di un tesoro sacro, i
monumenti non sono monumenti ma luoghi dove giganteschi
serpenti sono stati uccisi e trasformati in campi d’orzo.
Il buddismo tibetano, governa il tempo e la modalità di vita
dei suoi abitanti, bandierine di preghiera votive
multicolori sono presenti in tutti i giardini, nei campi e
sulle sommità dei monti. Lungo le strade è possibile
scorgere i “dongs”, conventi-fortezze disseminati in tutto
il territorio, memoria storica e religiosa per il paese,
decorati con dipinti della mitologia buddista sul muro.
Hanno una corte interna divisa dal tempio e dai quartieri
dei monaci. Camminando lungo il cortile tra il suono del
silenzio e il mormorio basso che viene dall’interno delle
pareti dove i monaci pregano, versi dei corvi che volano
alti interrompono questa atmosfera. I monaci vestiti di
rosso e giallo attraversano il cortile, vengono incontro ai
viaggiatori e dopo un versamento di obolo versano nelle loro
mani acqua di rose che a sua volta viene versata sulla testa
in segno di benedizione. Ci si mette in fila per accendere
una candela in segno di devozione e rispetto.
Per visitare il paese, la grande maggioranza dei viaggiatori
sceglie le feste dell'arco Himalayano, le “Tshechu" più
importanti e vivaci che sono coloratissime occasioni per
osservare la cultura del paese, occasioni di arte religiosa
del Paese, di danze religiose chiamate "Cham". Queste si
svolgono una volta all'anno all’interno dei “Dzong”. Le
donne si vestono con i tipici "Kira" e gli uomini con i "Kho".Tutte
le province del Bhutan hanno i loro tsechu, ma i più
spettacolari sono quelli di Paro in primavera (4-8 aprile) e
di Thimphu in autunno (27-29 settembre). A Paro, si svolge
la cerimonia dell'esposizione della Thangka Thongrol,
vecchia di 400 anni che viene trasportata fuori dallo dzong
da un gruppo di monaci e srotolata sulla parete di un tempio
a tre piani. Questa esposizione riguarda enormi immagini
realizzati a mano, con bellissimi applicazioni e colori, che
rappresentano sempre una storia religiosa. Altri tsechu a
Trongsa e Lhuntse (gennaio), Punakha, Chorten Kora e Ura,
Bumthang (marzo), Trashiyangtse e Chukkha (aprile), Ura,
Bumthang (maggio), Bumthang (giugno), Wangdue, Bumthang
(settembre-ottobre), Bumthang, Phobjikha, Mongar, Pema
Gatsel, Trashigang (novembre), Trongsa e Lhuntse (dicembre).
di Carmine Volpe |
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24 marzo 2006 |