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Giunto sull'orlo di una crisi di sistema, il
Nord-Est cambia idealmente slogan. Dal fortunato, ma obsoleto,
'piccolo è bello', al più acconcio per i tempi 'medio è bello'.
E se la nuova strada da tracciare è semplice nella sua
enunciazione, irto di ostacoli è il percorso obbligato perché
passerà attraverso chiusure di fabbriche, cassa integrazione,
mobilità, insomma tutto quanto sembrava scomparso dal panorama
di un'area spesso raffigurata come una locomotiva destinata a
macinare record. Daniele Marini, sociologo, direttore della
fondazione Nord Est di Venezia, manda in garage la locomotiva e
trova un'altra metafora per l'oggi: "Siamo gruppi di
biciclette". In che senso? "Ci sono le biciclette vecchie,
scoppiate, che andranno demolite e usciranno dal mercato; le
bici da corsa, cioè le imprese più strutturate; infine le
mountain bike, l'alta tecnologia che permette di andare su per i
monti e di affrontare anche i tratti più accidentati".
Tutte le regole comportano eccezioni. Però la
strage delle bici vecchie è già cominciata. Colpisce soprattutto
i piccoli, cioè il tessuto connettivo capillare se delle 507
mila aziende, solo poco più del 18 per cento (91 mila) supera i
dieci dipendenti. Non bastasse, nel Nord-Est preoccupa l'obesità
del secondario (leggi il manifatturiero) che impiega il 39 per
cento dei lavoratori e che dovrà ridimensionarsi perché è il più
esposto alla concorrenza cinese. Per far paragoni, in Europa la
percentuale di occupati nel settore è del 24 per cento, negli
Usa del 14. Gli economisti arrivano a dire che, nell'arco del
prossimo quinquennio, si troverà ad avere problemi di
ridimensionamento, di chiusura o di riconversione il 30 per
cento delle fabbriche. Succederà insomma nel manufatturiero
quanto già successo nell'agricoltura. E il futuro sarà peggiore
del poco roseo presente.
Dove il 'poco roseo', va inteso in termini relativi. Siamo pur
sempre in presenza di una tra le aree più ricche d'Europa. Certe
performance fanno impressione, in negativo, solo per paragone
col recente passato. La crescita del Pil è nella seppur poco
virtuosa media italiana (ma nel 2002 era sceso sottozero, meno
0,2 per l'esattezza), il tasso di disoccupazione non si schioda
dal 4 per cento, grosso modo il limite fisiologico. "Però le
statistiche non dicono tutto", commenta Franca Porto, segretario
generale della Cisl di Vicenza: "I cinquantenni che finiscono in
mobilità non trovano un'alternativa e non si iscrivono nemmeno
nelle liste di disoccupazione: scivolano direttamente verso la
pensione". E in effetti il Nord-Est è meno vicino dell'Italia
intera per il raggiungimento di uno degli obiettivi dell'agenda
di Lisbona che prevede almeno il 50 per cento di occupati nella
fascia d'età tra i 55 e i 64 anni: non arriva nemmeno al 30.
Come proverbialmente noto, qui hanno cominciato a lavorare
giovanissimi, maturano in fretta la pensione e ci vanno quando
sono espulsi dal meccanismo produttivo (per questo la Lega
difende con lo spadone questo diritto). A Franca Porto non piace
il ruolo di Cassandra: vorrebbe però, e la distinzione è
sottile, lanciare per tempo l'allarme in modo da trovare i
rimedi. Fioccano, sulla sua scrivania, gli appunti su aziende
dove mancano gli ordinativi. E troppe vertenze ha dovuto
affrontare negli ultimi mesi per stare zitta. Prevede "50 mila
posti di lavoro a rischio in una provincia dove già ci sono 6
mila persone in mobilità e 4 mila in cassa integrazione". In
rapida sequenza, nell'Alto Vicentino, tra Schio, Thiene e
Valdagno, si sono chiusi i cancelli della storica LaneRossi,
della Filatura Pasubio, della Nuova Saccardo, della Valentino
Ziche, con la Prandina e la Raumer in crisi profonda. Il
sindacato ha siglato un accordo con la banca di credito
cooperativo della zona perché sia concesso un prestito di 3 mila
euro ai dipendenti in cassa integrazione senza interessi e senza
costi aggiuntivi per l'attivazione. "In molti non ce la fanno
più", commenta la sindacalista, "si rischia una guerra tra
poveri con gli immigrati, adesso che il lavoro non è più
garantito. In diversi sono scivolati nella fascia dei nuovi
poveri e basta chiedere alla Caritas diocesana quanti veneti si
presentano a chiedere un pasto caldo".
Fenomeno sconosciuto fino a ieri. Perché non diventi
un'abitudine di massa bisogna intervenire, in fretta. Tenendo
conto dei segnali anche contraddittori che arrivano dal
territorio. Le fabbriche chiudono eppure nel tessile, dati
certi, il saldo delle aziende è in attivo di 174 unità. Molte
muoiono, di più, evidentemente con molto meno bisogno di
manodopera, nascono. Dove? Daniele Marini risponde con
un'analisi di ciclo: "A monte e a valle della produzione". Si
occupano di marketing, pubblicità, anche stoccaggio del
prodotto, sul quale in senso stretto non si può competere, per
costo del lavoro, con l'Estremo Oriente. Per dare l'idea, e
siamo al caso limite, un tale Paolo Rubin, 36 anni, veneziano,
si è inventato la Mafiawear che ha per marchio un angelo
stilizzato con la coda da diavoletto. E punta tutto su quel nome
capace comunque di attrarre, essendo una delle parole italiane
più diffuse al mondo.
Servirà pure quel tipo di creatività, ma da sola non basta.
Giorgio Brunetti, docente di economia aziendale alla Bocconi,
veneziano, cerca di dare alla crisi attuale una prospettiva
storica. Guardando il grafico dell'andamento del Pil nel
Nord-Est, ricorda le due fasi di caduta della metà degli anni
Settanta (in seguito alla crisi petrolifera) e a metà degli anni
Ottanta (inizio della fine della fabbrica fordista). La
risalita, allora, fu rapida, perché non metteva in discussione
il sistema. Conclude: "Stavolta è peggio, perché è cambiato il
mondo, il modo di produrre e siamo a un bivio". Non si può
correggere il modello precedente, ma bisogna cambiarlo. Alcune
piccolissime aziende che funzionano in mercati di nicchia
possono anche farcela, ma come regola generale, per
sopravvivere, le aziende avranno bisogno di tararsi almeno sulle
medie dimensioni. E quanto al sistema, "dovremo passare dal
distretto al dislargo". Battuta efficace che presuppone
spiegazione. Brunetti si immagina non più una serie puntiforme
di aziende raggruppate in una determinata area, ma una filiera
dove ciascuno ha il suo ruolo. E tutte insieme sanno dialogare
col mondo. Non delocalizzazione, ma internazionalizzazione. La
testa in loco, gli arti sparsi laddove il mercato ha bisogno. E,
assieme, la capacità di reinventarsi. Il distretto della scarpa
di Montebelluna ha saputo riconvertire un antico sapere sulla
fattura delle calzature da montagna, nello stesso prodotto per
il tempo libero e altro. Quello della sedia in Friuli, fa sedie
sanitarie, quello dei coltelli superato dai soliti cinesi ha
scoperto che può usare la tecnologia già conosciuta per produrre
eliche per navi o turbine per aerei.
La fantasia, la capacità di imitazione dei casi di successo
degli imprenditori del Nordest sono gli ingredienti che fanno
essere ottimista, pur in questa fase di profonda trasformazione,
anche il presidente degli industriali di Treviso, Andrea Tomat.
In fondo il modello precedente (teorizzato a posteriori) nacque
proprio dalla grande voglia di superare il vicino di casa che
aveva fatto fortuna. E perché non potrebbe essere possibile
anche in futuro? "Oggi oltretutto", esemplifica Tomat, "partiamo
anche dal vantaggio di avere, ad esempio, un sistema finanziario
più adeguato alle nostre esigenze". Qualcuno in effetti parla di
fine del dissidio con Milano o col Nord-Ovest, visto come il
luogo del capitalismo 'vecchio' della buona borghesia. Se
Marzotto o Luxottica spostano la loro sede nella capitale
lombarda, per stare più vicini ai santuari della Finanza, ecco
che la frattura è sanata. Perché dietro di loro corrono a
quotarsi in Borsa decine di aziende, come non era mai successo e
l'autostrada Serenissima non è mai stata tanto frequentata nei
due sensi di marcia dai protagonisti di due sistemi che ora
vorrebbero integrarsi. Tomat non è d'accordo. Milano o Londra
oggi pari sono come piazze finanziarie dove investire e la vera
contrapposizione non è stata tra Nord-Est e Nord-Ovest, ma tra
la fascia Pedemontana ("Che arriva fino a Busto Arsizio") del
capitalismo molecolare, per dirla con Aldo Bonomi, e la grande
azienda. Questo antagonismo è destinato a durare, secondo lui,
perché tocca il nucleo vero dei due modelli. Eppure, cautamente,
anche a Nord-Est le conduzioni familiari lasciano il posto, col
passaggio generazionale, all'era dei manager. I padri lavoravano
18 ore al giorno, i figli continuano l'attività ma si godono il
benessere. Sono in rialzo i tassi di scolarità e il consumo di
spettacoli e cultura. Col resto, si cambia anche stile di vita.
Capannoni intelligenti
Il Nord-Est è stato, a lungo, un formidabile produttore di
globalizzazione. Basti pensare alle celebri immagini delle
campagne Benetton visibili in tutto il pianeta o alla plastica
di Marghera che ha invaso i mercati. Lo ha potuto fare, sino
all'altro ieri, rimanendo sostanzialmente uguale a se stesso
sotto il proprio campanile. Adesso la forza che ha evocato, come
un apprendista stregone, gli si ritorce contro, e al Nord-Est
non resta che diventare uno stregone vero". La metafora è di
Gianfranco Bettin, sociologo, ambientalista, consigliere
comunale verde, ex prosindaco di Venezia e storicamente tra i
più acuti analisti di quella parte d'Italia che guarda a
Oriente.
Gianfranco Bettin, un modello è finito e bisogna inventarsene
uno nuovo. Quale?
"Per ora è in atto la pars destruens. Nel senso che scompaiono
le piccole imprese che non ce la fanno a reggere la concorrenza.
E chiudono o vanno dove possono perpetuare il modello fatto di
bassi salari e autosfruttamento. Si lasciano sul territorio i
capannoni vuoti costruiti confidando nella ininterrotta buona
sorte e nella crescita illimitata. Non vedo ancora la crescita
del nuovo".
Eppure c'è chi sostiene che già esiste.
"Esistono le intelligenze che intravedono la necessità del
nuovo. Alcuni cervelli hanno partorito un documento,
sottoscritto dagli industriali, che critica il modello di
sviluppo proposto dalla Regione alla fine della legislatura
scorsa. è un documento molto avanzato, allude alla necessità di
ridurre i distretti industriali e compattare attorno ad alcune
aree specializzate la produzione invece che lasciarla
polverizzata. Ma nella politica, cioè là dove 'si puote ciò che
si vuole', non è stato recepito, e la nuova legge sui distretti
addirittura ne prevede il potenziamento".
Il Nord-Est, dopo anni di fibrillazione anarchica, sembra
chiedere proprio più politica, più pubblico, più Stato...
"È così, in modo esplicito. Un documento firmato da sindacati
confederali e Confindustria chiede alla politica di governare il
cambiamento, sostenere le imprese nel difficile passaggio e i
lavoratori con ammortizzatori sociali. L'altra novità è la
domanda di tutela del territorio, per anni dissipato. Non si
tratta di fare un'oasi del Wwf, ma di ripensare il territorio,
rifacendosi a quella civiltà veneta del passato che coniugava
l'abitare e il produrre con l'estetica. Negli ultimi
quarant'anni quegli insegnamenti si sono persi. Ora riparare ai
danni costerà moltissimo, anche in termini economici".
Ambiente, cultura e anche tempo libero. Raggiunto il
benessere a questo si guarda?
"Sì, e sono gli aspetti positivi di questa nuova stagione. Fatta
soprattutto di autocritica".
Nella nuova stagione paiono tramontate le richieste estreme
di federalismo.
"Per forza, si aspettavano un gioiello e gli è arrivata la
patacca della devolution. Non gli hanno dato i soldi e gli hanno
dato grandi competenze solo nella sanità, il che significa, ben
che vada, mantenere un modello arrivato a livelli di spesa molto
elevati in una situazione di carenza di risorse. No, non è
stagione di entusiasmi federalistici. Inoltre, a fronte di
questo gli hanno dato la legge più centralista del mondo come la
legge obiettivo, che bypassa gli enti locali. Quando si tratterà
di avviare i lavori si troveranno le rivolte. Come in Val di
Susa".
A quali opere allude?
"Penso alla Tav quando arriverà nel vicentino o al nodo di
Venezia-Mestre. Alla Valdastico sud e alla Pedemontana. Ovunque
ci sono enti locali sul piede di guerra per non essere stati
consultati. Devolution e centralizzazione estrema: ecco la
patacca".
La contrapposizione con Roma si è placata.
"Dalla sintonia politica e si è tornati alla subalternità. Prima
la Dc aveva nel Veneto esponenti politici molto forti che
trattavano alla pari con Roma. Adesso non si può dire che il
rapporto tra Galan e Berlusconi sia lo stesso che c'era tra
Rumor e... Rumor presidente del Consiglio. Galan è un entusiasta
subalterno".
Chi paga i costi della transizione?
"La ricchezza accumulata in passato dà un margine perché non si
è volatilizzata. Non era la finanza dei furbetti del
quartierino, poggia su basi solide. Quella ricchezza parte è
diventata risparmio, parte è stata investita. Insomma, non si
parte da zero".
E a Udine nasce il supercomputer
Per indicare quale sia l'azienda da prendere a esempio per il
futuro nel Nord-Est dicono soprattutto un nome: Eurotech. E
citano una cifra: da quando si è quotata in Borsa, poco più di
due mesi fa, le azioni dell'azienda di Amaro (Udine) hanno più
che raddoppiato il loro valore. La Eurotech è stata creata nel
1992 da sei fisici e ingegneri che si sono prefissi come scopo
quello di miniaturizzare il personal computer per ampliarne le
possibilità di utilizzo. Con una scelta strategica evidente:
posizionarsi in nicchie di mercato ad alto valore aggiunto e in
grande evoluzione, con una forte componente di innovazione. I
risultati sono presto arrivati e l'ultimo bilancio, quello del
2005, porta cifre da boom. I ricavi consolidati del gruppo sono
stati di 29,8 miliardi di euro con una crescita complessiva del
79,3 per cento rispetto al 2004. Oltre alla sede principale il
gruppo è presente direttamente o con filiali proprie a Caronno
(Varese), Trento, Salt Lake City (Utah, Stati Uniti), Lione
(Francia), Helsinki (Finlandia) e uffici di rappresentanza a
Monaco di Baviera e Shanghai.
Dice l'amministratore delegato Roberto Siagri: "La presenza
sempre più diffusa dei computer richiede di elaborare sempre più
dati. Noi stiamo cercando di sviluppare questo concetto,
realizzando prodotti industriali sempre più miniaturizzati che
si aggiungono a risorse di calcolo concentrate e pesanti, messe
a disposizione dalle applicazioni periferiche tramite le reti di
telecomunicazioni". Computer invisibili, dunque, ma anche
sistemi 'embedded' per i trasporti intelligenti, scatole nere
per il controllo delle flotte di mezzi pubblici urbani in molte
città europee. E poi: sistemi di visione per l'automobile (un
mercato di centinaia di milioni di pezzi potenziali) e anche il
supercomputer per la fisica dei quark che verrà installato entro
il 2006 in diversi centri di ricerca in Europa. Il management
sta già studiando le sfide del prossimo futuro che si chiamano:
computer inossidabile per usi anche militari; 'l'angelo custode
elettronico', cioè sensori intelligenti in grado di sorvegliare
discretamente un ambiente; il 'Grid computing', cioè
l'evoluzione delle comunicazioni tra i computer invisibili
attraverso la creazione di una rete per interconnettere un
grande numero di cervelli elettronici distribuiti in aree
geografiche distanti tra loro.
di Gigi Riva
22 marzo 2006
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