::Debito e spese sotto la lente del rating::

 

L'Italia è sempre più sotto osservazione dei mercati finanziari e delle agenzie di rating.

La Commissione europea, a sua volta, sta per tornare a pronunciarsi sulla situazione e le prospettive del nostro paese, a cominciare dal nodo dei conti pubblici. Si avvicinano, poi, i tempi di presentazione (inizio estate) del prossimo Documento di programmazione economico-finanziaria (Dpef 2007), passaggio obbligato per la verifica di metà anno dello stato della finanza pubblica nel 2006, già avviata ai primi di aprile nella Relazione trimestrale di cassa, da cui emerge un peggioramento negli equilibri di bilancio sul versante della spesa. E se si tiene conto che il rapporto debito/Pil è destinato a crescere anche quest'anno, è evidente il rischio di conseguenze negative per i titoli di Stato italiani, proprio in una fase di aumento in atto dei tassi d'interesse internazionali. Il problema è, dunque, nei tempi (e ritmi) della politica, che non si conciliano con quelli dell'economia e dei mercati.

Il Governo che si insedierà nella nuova legislatura ha come impegno prioritario quello di riprendere il controllo della spesa pubblica, da cui ha origine l'attuale situazione di emergenza finanziaria. Tutti i principali parametri macroeconomici segnalano, infatti, un sensibile deterioramento nei conti delle pubbliche amministrazioni nel corso dell'ultimo quinquennio. In un contesto di economia stagnante, l'indebitamento netto (il deficit cosiddetto di competenza, dato rilevante per l'Unione europea) è più che raddoppiato a partire dal 2000, raggiungendo nel 2005 il 4,1% del Pil. Il saldo primario, differenza tra entrate e spese senza gli interessi sul debito - esso rappresenta l'espressione più significativa degli andamenti di fondo del bilancio pubblico - si è pressoché annullato, scendendo da circa il 5% di fine anni 90 ad appena lo 0,5% del Pil, quale effetto della sensibile crescita delle spese correnti, molto più rapida di quella delle entrate (oltre due punti di Pil le prime, a fronte di una sostanziale stabilità delle seconde).

Tra le voci di spesa che continuano a mostrare una tendenza strutturale all'aumento ci sono, innanzitutto, le prestazioni sociali: se la riforma delle pensioni non scatterà che dal 2008, la sanità non è mai riuscita a rispettare i vincoli di spesa, con trasferimenti in forte crescita da un anno all'altro (6,5% del Pil stimato per il 2006). Nel complesso, il costo della protezione sociale aumenta ogni anno di circa il 5%, ben oltre l'incremento del reddito nazionale. Sul versante delle entrate il periodo 2002-2005 è stato caratterizzato, per contro, dalla notevole incidenza della finanza straordinaria - come i condoni, le cartolarizzazioni, privatizzazioni e altre operazioni di dismissione - che mette a rischio la tenuta strutturale delle entrate, possibile solo con coperture permanenti. Per fare fronte ai mancati introiti una tantum non si può, inoltre, contare sulla maggiore crescita dell'economia o sul recupero dell'evasione fiscale. Se si tagliano le tasse occorre, in altre parole, tagliare anche le spese.

Avanzo primario da ricostituire e possibili misure correttive

Con un deficit di cassa previsto quest'anno in oltre 73 miliardi di euro, ben 17 miliardi in più dell'indebitamento netto, il debito pubblico dovrebbe salire a fine 2006 a circa 1.580 miliardi, pari al 108% del Pil, a fronte del 106,4% raggiunto nel 2005, a sua volta in peggioramento di 2,6 punti percentuali rispetto a un anno prima. E' quanto risulta dalla Relazione trimestrale di cassa, presentata lo scorso 6 aprile dal ministro dell'Economia e delle Finanze, che conferma quindi il secondo aumento consecutivo nel rapporto debito/Pil, dopo che esso aveva incominciato a diminuire dal livello record del 121,4% toccato nel 1994 (il valore minimo relativo del debito è, invece, pari al 103,8% registrato nel 2004).

Il Pil previsto in crescita di poco più dell'1% e l'indebitamento netto al 3,8% in un anno elettorale come il 2006, in cui il ciclo della spesa pubblica è normalmente sfavorevole, non possono non ripercuotersi sull'avanzo primario (indicato in appena lo 0,6% del Pil) e, dunque, sulla dinamica del debito pubblico. Un alto rapporto debito/Pil riduce, in primo luogo, la flessibilità di bilancio necessaria per rilanciare l'economia, richiedendo misure strutturali e straordinarie per contenere il deficit. Il declassamento del debito italiano da parte delle agenzie di rating e dei mercati finanziari resta così un rischio incombente e, se la manovra di bilancio 2006 non produrrà per intero i suoi effetti, il nuovo Governo dovrà varare un intervento correttivo già in corso d'anno.

Per rispettare gli impegni con l'Unione europea di rientrare sotto il 3% nel rapporto deficit/Pil entro il 2007, indicati nel Programma di stabilità aggiornato lo scorso dicembre, le misure richieste sui conti pubblici, data la tendenza al peggioramento in atto, ammonterebbero a circa 30 miliardi, che equivalgono a due punti di Pil. Una correzione di tali proporzioni deve, pertanto, prevedere sia una stretta fiscale, in evidente controtendenza con le promesse riduzioni elettorali, ma soprattutto forti vincoli alle spese, in modo da contenere gli effetti recessivi legati a un aumento delle imposte.

di Michele De Gaspari
 

13 aprile 2006

ilsole24ore.com

 

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